Micronarrazioni: un vaccino letterario

‘’Mi stavo inoltre sforzando di trovare un modo per continuare a scrivere, per mettere le cose in chiaro; scrivere è come un vaccino. Appena una cosa viene scritta, perde il potere della sorpresa, proprio come un virus perde il vantaggio quando un virus più debole ha creato anticorpi pronti a reagire. Così, mettendo per iscritto la mia esperienza, ottenni una certa immunità da altre pericolose avventure di questo genere.’’ Rileggo queste parole scritte nel 1985 da Burroughs, nelle considerazioni finali di una riedizione di Queer, e non posso non pensare al periodo che stiamo vivendo, questa corsa a immunizzarci, questa voglia di tornare a una normalità così carica di aspettative che rischia di risucchiarci. Amo l’idea di una scrittura ‘’protettiva’’, capace di creare gli anticorpi, per ripetere la felice intuizione dello scrittore americano. Mi piace e non posso fare a meno di pensare all’esercizio della scrittura di racconti brevi, brevissimi, rapidi come una puntura e così efficaci, così importanti nel perfezionarci come lettori e autori. E in questo anno e mezzo in cui sembrano esserne passati almeno tre, sono tante le persone che, in attesa del vaccino vero, quello della Scienza, si sono misurate con la scrittura, in particolar modo la stesura di un racconto breve. Premesso che scrivere un buon racconto non è un esercizio semplice e richiede una certa confidenza con la materia, io credo che la vitalità dimostrata dalle riviste anche durante la pandemia sia un segno di salute del nostro mondo, ma anche la dimostrazione che dietro le statistiche deprimenti esiste una fauna vivace di lettrici e lettori, interessati alla lettura di questa particolare forma e a misurarsi con chi ha un’esperienza di scrittura simile. ‘’ Ci troviamo in una brutta epoca. I bambini hanno smesso di obbedire ai genitori e tutti scrivono libri! ‘’. È certo, questo aforisma ciceroniano si può applicare all’epoca in cui viviamo. Più andiamo avanti e più usciranno libri che, in qualche modo, affronteranno la pandemia, un po’ perché è fisiologico, un po’ perché il mercato è privo di idee e si deve cavalcare l’onda, gli algoritmi dei motori di ricerca. Ma quando gli scaffali saranno pieni di libri scritti da volti noti della televisione o furbetti che ci hanno provato, resteranno una miriade di racconti, sparsi tra blog, in pdf o magazine virtuali, storie in cui si può avventurare il lettore alla ricerca dell’anomalia che ha reso la scrittura letteraria celebre, veri e propri vaccini contro il virus della pubblicazione indiscriminata di libri.

Un assaggio del numero tre in uscita il primo giugno!

Una mia nota scritta in una fredda giornata di febbraio per presentarvi il prossimo numero di Grande Kalma!

Stamattina ho avuto uno scambio di e-mail con Batania, il poeta (o la poetessa?) che è diventato noto sui social network per via di un’originalissima iniziativa artistica e poetica. Gli ho chiesto (o le ho chiesto?) di poter utilizzare alcune delle sue poesie o frasi come parte visuale per il numero tre della rivista, in uscita a giugno di quest’anno. Credo che la poesia urbana di Batania sia magnifica, aggiornata rispetto all’epoca in cui viviamo, i cambiamenti della città e della tecnologia. È una poesia che si articola attraverso frasi brevi, secche, a volte veri e propri aforismi lontani sia dai versi che dalla poesia narrativa. C’è anche visceralità, un populismo latente, un richiamo alla vita: qualcosa come un rock primitivo. Le sue frasi si possono trovare sui muri e i cassonetti della città di Madrid. Nelle ultime settimane, poi, uno sciopero dei netturbini ha reso visivamente la sua poesia ancora più impattante: tra cumoli di monnezza e sacchetti che invadono i marciapiedi i passanti possono dedicarsi anche solo un attimo di poesia, riflessione, introspezione. Mi piace, è una poesia di risveglio, diretta e profonda, si adatta bene anche alle regole della comunicazione contemporanea: perfette per un Tweet o per una foto su Instagram. Mi ha ricordato un po’ Antonio Porchia, il poeta calabrese emigrato da ragazzino in Argentina, e il suo libro di aforismi Voces; credo l’unico che abbia mai scritto. Vedo un modo nuovo di leggere dietro questa forma d’espressione, un approccio anti-libresco che mi auguro venga approfondito e non si disperda tra muri sozzi e insulse bacheche digitali. Proverò in qualche modo a dare un contributo con il numero tre di Grande Kalma. In futuro diventerà sempre più difficile leggere e la creatività fa, si evolve e si adatta, penetra tra le maglie strette della città e gli algoritmi che regolano il traffico della rete.

Di seguito un breve assaggio di frasi selezionate da me, accostando queste due poetiche che richiamano a mondi e generazioni molto diverse.

La traduzione dal castigliano all’italiano è mia:

L’amore è sempre un neologismo.

(Batania)

La morte è tutta la vita, non la sua conclusione.

(Batania)

Non sprecate tutta la paura: conservatene un po’ per il dopo pandemia.

(Batania)

Ho conosciuto rive peggiori del naufragio.

(Batania)

Con la mia bocca nella tua non sono più ateo.

(Batania)

Prima di percorre il mio cammino io ero il mio cammino.

(Antonio Porchia)

L’uomo non va da nessuna parte. Tutto viene all’uomo, come il domani.

(Antonio Porchia)

La mia povertà non è totale: manco io.

(Antonio Porchia)

La ragione si perde ragionando.

(Antonio Porchia)

La montagna che ho alzato mi chiede un granello di sabbia per restare in piedi.

(Antonio Porchia)

L’uomo, quando non si lamenta, quasi non esiste.

(Antonio Porchia)

Micronarrazioni: l’arte di non scrivere e di farlo con il cuore.

In questi mesi, all’incirca sei dalla nascita della rivista, mi sono domandato spesso le ragioni che mi hanno portato ad indagare questa forma di scrittura, creando non pochi equivoci con autrici e autori, per non parlare del fatto che scrivere un buon racconto tra le duecentocinquanta e le settecentocinquanta parole non è affatto semplice, ammesso che ci sia qualcosa di semplice in questo esercizio. Mi sono persuaso che questa mia curiosità sia dovuta all’idiosincrasia che ho nei confronti di una concezione cervellotica e ‘’ impegnata ‘’ della letteratura, e che è nelle forme di narrazione più brevi che si annida un genio che più facilmente si coniuga con la leggerezza, virtù poco praticata nel mondo delle riviste letterarie e spesso vista con sospetto dai letterati di ogni livello. Rivisitando i primi tre numeri della rivista, vedo che i racconti che più mi hanno convinto sono quelli in cui le autrici riescono a scegliere bene innanzitutto cosa non si deve scrivere, un’arte di scartare che invece di togliere aggiunge e lascia ai lettori la possibilità di immaginare, partecipare attivamente alla lettura e, in qualche modo, continuare a scrivere. Se è vero che con la narrativa breve non si crea quel rapporto con i personaggi e le storie che nasce invece con i romanzi, e assodato che questa è la ragione che relega questa forma ai margini del mercato, ho visto però nelle micronarrazioni una capacità di scrivere con il cuore e non solo con la testa, la potenzialità di rendere la scrittura ‘’illuminante’’.  Nel racconto La despedida di Flavia Company per esempio, ospite del numero zero, non nasce nessun legame con il protagonista della lettera ma usciamo dalla lettura con un insegnamento, con qualcosa di più prezioso della passione effimera per un personaggio. Anche se di un altro tenore, pure nel racconto Música para pastillas di Lalo Barrubia, ospite del numero due, la forma breve ci permette di avere un rapporto quasi esclusivo con le visioni distorte dei protagonisti, giovani di cui in fin dei conti non sappiamo niente alla fine della storia ma di cui conosciamo un momento, uno solo, decisivo nella loro formazione. La morte, nel primo caso, e la dissoluzione, nel secondo, pur restando eventi tragici si possono leggere come un disperato tentativo di comprendere, illuminare raccontando che cosa si vede guardando nel burrone. Premesso che, come lettore, voglio leggere solo cose di valore e che non mi importa che si scriva poco o tanto, credo che limitare il numero di parole costringa l’autore a fare quadrato, scavare all’interno della propria valigia e scoprire cosa ha imparato davvero. È per questo che nelle micronarrazioni, anche se solo per un attimo, l’autore ha la possibilità di dimenticare le proprie nevrosi e nel raccontare insegnare qualcosa agli altri. O forse, più banalmente, il limite delle settecentocinquanta parole è la barriera naturale perfetta che ci impedisce di scrivere e leggere un sacco di stronzate.