
Era un cassetto profondissimo, se l’era fatto costruire su misura per la parete attrezzata in soggiorno. Quando sedeva accanto a Lucio sul divano per guardare un film, sorprendeva spesso il proprio sguardo vagare sul legno di pino: integrato com’era nel quadro d’insieme, le dava la rassicurante sensazione di averle sempre a portata di mano, vicine ma invisibili com’erano sempre state. Le aveva indossate e amate tutte, dalla prima all’ultima, prima di destinarle alla collezione.
Lasciò scorrere le dita sui coperchi del primo strato di scatole, poi iniziò a tirarle fuori una per una; le dispose sul pavimento e di nuovo lasciò scorrere le dita sui coperchi. Erano identiche, fatta eccezione per l’etichetta che riportava nomi diversi.
Certo la collezione aveva avuto un costo, e non avrebbe saputo dire a quanto ammontasse la cifra: non avrebbe nemmeno saputo dire con certezza quando l’avesse iniziata, perché più risaliva nei ricordi e più le pareva che fosse sempre stata lì, fin dalla recita alle scuole elementari in cui aveva interpretato il ruolo di Raperonzolo e si era rifiutata di togliere la treccia per un mese. Era indecisa se annoverare nel conteggio totale delle spese anche il fallimento di un matrimonio, ammesso che di fallimento si fosse trattato: le aveva dato nuove battaglie da combattere, una cerchia d’amici nuova e passioni del tutto diverse.
Aprì una scatola, con l’aria di averla scelta per caso. Immediatamente le si dipinse un sorriso in volto. Si rigirò nel palmo il dado a sei facce, il primo che aveva comprato. In un bussolotto di vetro ne erano contenuti un’altra ventina, tutti di colori diversi, la scheda del personaggio e un mazzetto di Polaroid. Rimise il coperchio, ne sollevò un altro: la sac à poche con il bordino fucsia, gli appunti del libro di ricette che stava scrivendo, il diploma della scuola di Iginio Massari che le era costato dodicimila euro. L’etichetta diceva: “Irene pasta di zucchero, 2010-2017”. C’era la scatola “Wedding planner, 2012-2014”, quella “Cattolicesimo, 1987-2001, 2016-2019”, “Separazione e divorzio, 2018-2023”, quella “Ingegnere aerospaziale”, che avevano pagato i suoi genitori ed era durata un po’ più del previsto, la scatola della moglie perfetta e quella della mamma olistica, con dentro due pezzi di placenta essiccata e un gioiello di latte materno. Una volta sazia di quel caleidoscopio, prese con un sospiro il contenitore che le stava accanto, l’etichetta ancora senza nome, e scrisse: “Secondo matrimonio, 2021-2027”. La ripose con cura sul fondo del cassetto, seppellendola col cumulo di tutte le altre.
Un’ora dopo, seduta sul divano con una tisana, aggiornava su Instagram la propria bio: “Irene / La tua bellezza è il mio lavoro! / Mamma di O., A., F. / Vedova”. Dopo un’attenta ricognizione dei post, con rimozione di qualsiasi indizio del precedente status di “Moglie di L.”, adattò i filtri di quelli rimanenti ad un tono più seppia, malinconico e sobrio. Poi scelse una foto del proprio matrimonio: lei e Lucio rivolti verso l’orizzonte mano nella mano, come per un cammino eterno. Applicò il filtro in seppia, scrisse: Ieri, amore mio, è finita la nostra vita insieme. Era pronta per un’altra collezione.