
È steso sul letto. Sta ammirando il candore del soffitto. Ha con sé il tramezzino al prosciutto che, da quando vive solo, può mangiare indisturbato.
Primo morso al tramezzino.
Lì c’è una macchiolina nera. Cala dal soffitto lentamente ma lui non riesce a focalizzarla. Stringe gli occhi: eccolo. È un ragno nero, minuscolo: scende fino a raggiungerlo; ora sono faccia a faccia. L’ultima volta che ha visto qualcuno è stato tre anni fa. Era la mamma.
Secondo morso al tramezzino.
Non appena pensa a sua madre, in bocca gli si forma un bolo umidiccio di pane e grasso, così compatto che non sa se a togliergli l’aria è questo tramezzino o queste pareti. Non ci vuole pensare.
Altro morso.
Quella volta la mamma era venuta per dirgli che si era fatto troppo grasso. Che quella stanza era disgustosa proprio come lui. Poi aveva lasciato cento euro per la spesa e se n’era andata. Lui era rimasto a fissare il soffitto come adesso, ma prima si era preparato un tramezzino. All’epoca il ragno non c’era, perciò si era sentito parecchio solo e aveva iniziato a piangere senza neanche una lacrima, come aveva imparato da quando era nato.
Altro morso ancora.
Ora il ragno sta facendo un giro per la stanza. Va negli anfratti disordinati, come alla ricerca di qualcosa. Poi torna indietro, scala il comodino, attraversa il materasso macchiato di unto, gli sale sul braccio e gli zampetta sul viso, lo lascia fare; sta per dare un altro morso al tramezzino quando il ragno ci salta su. Per poco non addentava il ragno assieme al tramezzino. Sono faccia a faccia. Ha un’espressione, il ragno, un sorrisetto, di quei sorrisetti come li faceva la mamma quando ancora vivevano assieme. Non si è mai abituato ai sorrisetti di sua madre, alle battutine. Ingoia aria. Ingoia saliva. La stanza lo sta masticando. Non c’è più spazio. Il vaso sulla mensola implode, e intanto lui mastica. Vorrebbe chiedere scusa a sua madre, dirle che non è colpa sua se il vaso è imploso, che non è colpa sua se tutto quanto, anche il loro rapporto, si è rotto in mille pezzi.
Il ragno ormai è un ragno obeso, e la stanza è sempre più angusta.
Altro morso al tramezzino.
«Metto tutto a posto, giuro, ma’» dice. Le pareti avanzano ancora.
Ultimo morso.
La stanza preme, gli frantuma le ossa delle braccia, delle gambe, del cranio. Il sangue, il grasso, gli organi colano dappertutto.
Ora che la casa lo ha masticato e ingoiato, il ragno è lì che banchetta con un filo di grasso del prosciutto superstite, poi trova una crepa tra le macerie e se ne va.