
Mi sveglia la luce pallida dell’alba che filtra attraverso la tenda. Mi stropiccio gli occhi. Come al solito, ieri sera ho dimenticato di chiudere le persiane. Mi torna in mente qualcosa: ho sognato di andare a trovare la mia famiglia. Non è la prima volta che faccio un sogno del genere, ma ieri sera è stato più irritante del solito. Pioveva in casa da non so quanti buchi, giravano topi e scarafaggi, il water era intasato, non c’era un elettrodomestico che funzionasse, sulla cucina a gas una mezza dozzina di pentole e padelle stavano bruciando, e quello che doveva rimediare a tutto, tanto per cambiare, ero io. Rigirandomi dentro le lenzuola, rifletto che i miei sogni sono spesso dei gran casini. Non posso neanche contare le occasioni in cui mi sono trovato in qualche porto, aeroporto, stazione ferroviaria o fermata d’autobus, o a salire su un taxi o su una mongolfiera o su un razzo, senza avere la minima idea di dove dovevo andare. Detesto sognare di trovarmi nel mio ufficio. Il capo mi ordina sempre di portare dei documenti in sezioni mai sentite nominare, e poi mi danno tutti indicazioni diverse. Per non parlare degli ascensori che si fermano ai piani sbagliati, della vernice fresca sulle scale e di un’infinità di altri contrattempi.
Ma qualunque cosa sogni, il peggio sono i miei parenti che saltano fuori dai posti più impensati. Una volta, mio cognato ebbe la faccia tosta di chiedermi un prestito mentre stavo guadando una palude. La settimana scorsa stavo scalando la Torre Eiffel, quando su un elicottero arrivò mia madre con un megafono e mi chiese se, già che c’ero, potevo comprarle dieci chili di formaggio francese, tanto mi avrebbe rimborsato subito. Sospiro, stringendo il cuscino. Meno male ho ottenuto ferie per due settimane. Non potevano non concedermele, dopo quasi un anno che sgobbavo senza sosta.
Il mio cellulare squilla e mi irrigidisco, riconoscendo la suoneria. Il display segna le sette e un quarto.
«Pronto, mamma?»
«Ciao, tesoro. Visto che oggi non lavori, potresti fare un pochino di spesa per noi? Prendi carta e penna. Se ti sbrighi, riesci ad arrivare per le dieci, vero?»,
«Quanto mi costerebbe questo pochino di spesa?»,
«Dai, non fare il tirchio, lo sai che…»,
«…tanto poi i soldi me li rimborsate subito.».
Stringo i denti con una rabbia mai provata prima, almeno non con questa intensità. In realtà, ho cominciato ad arrabbiarmi con la mamma da bambino, quando mi sono accorto che a me comprava abiti usati, mentre le mie sorelle andavano in giro vestite all’ultima moda, e poi, per ogni regalo di Natale e uovo di Pasqua che ricevevo io, a ciascuno di loro ne toccavano tre. A nessuna di loro ha mai chiesto di fare quel “pochino di spesa” destinato a non essere mai rimborsato. Stringo il cellulare come se volessi schiacciarlo. Mi sembra quasi meglio papà di lei. Fin da quando eravamo piccoli, si ricordava di noi solo quando dovevamo porgergli la birra o le sigarette durante le partite di calcio in TV, per il resto eravamo faccende della mamma.
Mi guardo attorno.
La luce fa risaltare lo strato di polvere che copre ogni cosa. Sul pavimento, mucchi di cartacce appallottolate tra le quali spuntano calzini bucati e bottigliette di plastica. Se ben ricordo, poi, il lavello della cucina è piuttosto affollato, e la lavatrice si sta annoiando da morire.
«Tesoro? Hai preso nota di tutto? Cerca di sbrigarti, tuo padre vuole mangiare presto oggi. Nel pomeriggio dobbiamo…».
Chiudo la comunicazione, spengo il cellulare e lo getto in mezzo al resto della spazzatura. Butto le gambe fuori dal letto, mi infilo le pantofole mezze rotte e vado nello sgabuzzino a prendere scopa, paletta e secchio. Chinandomi per raccogliere le cartacce, sorrido e comincio a fischiettare.