
Là dentro non si respirava più. Dopo qualche ora, avevo imparato a connotare le oblique fragranze dell’aria putrescente e persino cominciato a divertirmici: per molti secondi tappavo alternativamente l’una e l’altra narice, suggendone una timida ebbrezza. Presto lui sarebbe passato a un fiato da me, avrebbe esitato di fronte alla fetida parete per poi lasciarmi solo al mio buio. Chi mai si sarebbe nascosto nella cassa toracica di un capodoglio in decomposizione? Era Moby Dick, ma io lì dentro c’ero per davvero e chissà come stava tramontando là fuori, sopra al sordo sciabordio di cento panni stesi al libeccio, il sole liquido delle Azzorre. Mugugnai senza eco nell’antro viscerale di quel mammifero smodato, perché sui morti rinascono gli alberi, ma la voce resta prerogativa dei vivi. Pensai forte a lei.
Rosa da Purificação volteggiava sul mondo come una primavera baccante, da mordere sulla pelle ruvida di pesca e da temere alla stregua di un naufragio. La sua epifania mi aveva abbacinato sulla spiaggia diversi anni prima, mentre io, con gli occhi illanguiditi da un agosto atlantico, stavo recuperando le reti dal sacro oceano. La vidi avviluppata in un vestito giallo narciso, denso come il fondo della marmellata di ananas di zia Florinda. Aveva diciott’anni ed io alcuni in più di lei.
Per tutta la notte successiva Rosa scarrocciò, stormendo, contro le frange dei miei pensieri. Disegnavo il suo viso sulla luna, seguendone i mari nitidi come un dono di Dio, mentre con le mani mi carezzavo la fronte orlata di quella salsedine che non abbandona mai l’aria di Santa Cruz das Flores. Frugai tra le rughe del comodino e ne sfilai il libello di cui mi piaceva leggere una riga ogni sera prima di coricarmi. Decisi che il giorno successivo l’avrei donato a Rosa.
Amarildo da Purificação era scuro e nodoso come il grande albero di ficus di Ponta Delgada. Era stato gentile a presentarmi sua figlia, ma lo temevo. Ecco perché quel mezzogiorno, assicurata alla riva Canela, la mia barca guscio di noce, cercai Rosa di nascosto da lui e dagli altri pescatori. La trovai intenta a guardarmi, in piedi all’ombra di un sughero. Le tesi il libro, in silenzio.
«I motti di Napoleone? Non sarai mica un salazarista come mio padre?».
«Al contrario, Rosa. Voglio conoscere il mio nemico per farlo secco».
Se nasci alle Azzorre, cullato dal palmo di vulcani annoiati di far la guerra al cielo, devi essere davvero stupido per occuparti di politica. Io, oltre ad essere stupido, ero anche innamorato. Così, quando alla fine del 1936 Amarildo partì insieme ai Viriatos per dar man forte a Franco in Spagna, io restai a Santa Cruz per abbandonarmi al seno forte e cedevole di Rosa. Anche io volevo fare la storia, però da lontano. Alle calende del luglio 1937 feci recapitare al mio amico lisbonese Emídio Santana qualche quintale di tonno. E un pescespada, incinto di una bomba.
Eccomi io stesso, qualche mese più tardi, nella pancia di un pesce. Salazar, invece, quella malerba… La deflagrazione gli aveva solo fatto fischiare le orecchie. Ad un tratto vidi trasudare un lembo di luce.
«Hai vinto tu, Amarildo» soffiai.
«Gli sciocchi parlano del passato, Gilberto, i pazzi de l’avenir, del futuro». Sventolando il libro che le avevo donato, Rosa addentava una maracuja. «Muoviti, fou».
Canela, pronta a salpare, ci aspettava poco più in là, mentre Napoleone, a un’eternità di distanza, si burlava del mondo.