
Continuavo a tornare indietro nel tempo senza trovare il coraggio di dirti nulla. A volte mi spingevo così vicino da sentire la scia del tuo odore. Ti vedevo lì, con la tua nuova famiglia: una donna meno bella di me ma meno egoista e il vostro bambino o la vostra bambina; lo vestivate con colori neutri e non capivo se fosse maschio o femmina. Mi assolvevo pensando che non eri mai solo, loro c’erano sempre: per questo non riuscivo a venirti incontro, a parlarti. Come avrei potuto rovinare il vostro equilibrio? No, per parlarti dovevo aspettare il momento giusto. Vi spiavo quando arrivava la primavera e sembravate già in vacanza e quando l’autunno avanzava senza che nessuno di voi se ne crucciasse; quando in inverno le vostre finestre mandavano una luce intermittente, calda e soffice, e quando d’estate le zanzariere erano l’unica barriera che vi separava dal cielo. Passeggiavate, stavate in casa, facevate sempre tutto insieme, come una vera famiglia. Le lunghe sere in cui mi appostavo sotto il vostro palazzo, quello che una volta era stato il nostro, erano le più dolorose. Speravo che scendessi da solo a prendere le pizze, come facevi quando stavi con me, visto che io non avevo mai voglia di fare niente. «Giochiamocela alla morra cinese» ti dicevo, e poi baravo; facevo l’impossibile pur di vincere. Verso la fine della nostra storia non mi chiedevi più se volessi scendere con te, ci andavi da solo e io restavo sul divano. Voi tre però no, voi sembravate felici di stare insieme, e la pizza la mangiavate al ristorante, col bambino a pastrocchiare sul seggiolone. A volte tornavo nel passato di mattina e speravo andassi in posta a pagare le bollette da solo, come facevi quando stavi con me, visto che io non mi volevo mai occupare di nulla che avesse a che fare con la vita vera: cucinare, fare benzina, telefonare al commercialista, prenotare visite mediche. Un giorno, sprezzante, avevo commentato i volantini del supermercato infilati nella nostra cassetta della posta. «Ma chi se li legge? È carta straccia», avevo detto. Mesi dopo, durante un litigio, avevi urlato: «E comunque sai chi se li legge i volantini del supermercato?». Ti avevo guardato come se fossi impazzito. «Li legge lo stronzo che va a fare la spesa per tutti e due», avevi sibilato per poi uscire di casa e andare chissà dove; forse a fare la spesa. Avrei dovuto essere felice che avessi finalmente incontrato una persona che era proprio il mio opposto, visto che io ti avevo lasciato su un baratro e ti avevo anche dato una piccola spintarella. Ma tu eri riuscito a risalire, aggrappandoti con le unghie e facendotele saltare una dopo l’altra. Sì, avrei dovuto essere felice per te. Ma sapevo che la fine del mondo sarebbe arrivata presto per tutti noi. Conoscevo l’esatto istante in cui l’universo sarebbe collassato; per questo dovevo scusarmi con te. Non potevo andarmene senza la tua assoluzione. Volevo confessarti che quando ti avevo detto addio l’avevo fatto con troppa leggerezza; l’avevo fatto perché potevo farlo e perché pensavo che non sarebbe stato difficile sostituirti. E così una sera ti ho visto uscire da solo. Hai chiuso il portone del palazzo senza guardarti indietro. Sono corsa da te, piangendo. Mi sono inginocchiata. «Ti prego, perdonami!» ti ho detto quasi gridando. Tu mi hai guardato perplesso. «Mi scusi, ci conosciamo?», mi hai detto. «Ma non sei curioso di sapere chi sono?», ti ho urlato quando stavi per svoltare l’angolo, ma tu hai alzato la mano senza voltarti e sei sparito dopo un piccolo cenno di saluto.