
La parte della camera dei miei genitori che più amavo era il vano sotto il letto che, sebbene stretto ai lati, una volta scivolati dentro era abbastanza spazioso da riuscire a sedersi a gambe incrociate. Alle volte mi portavo dei libri e leggevo lì sotto, finché son riuscita ad entrarci. Recentemente, ho provato a strisciare sotto il lettone, che è ancora lo stesso nella casa nuova, non riuscendo come prevedibile a far passare più di mezzo busto. Guardando di sguincio sotto il letto, la guancia schiacciata sul parquet, mi è sembrato per un momento di rivedere i piedi di mio padre intento a rifornire di penne i taschini delle giacche che sapeva avrebbe trovato vuoti. Rialzandomi, ho aperto l’armadio e tastato i suoi completi, trovando a mia sorpresa una penna in ciascuna giacca. La scoperta di questo eccesso di zelo mi ha però provocato un’improvvisa tristezza, come se avessi abbandonato mio padre a metà del gioco, mentre lui aveva continuato.
Ricordo la loro camera da letto nella vecchia casa come se fosse di fronte a me mentre scrivo: l’armadio a quattro ante a sinistra, il grande comò a destra e il letto a baldacchino che, al centro della camera, conferiva un’aria regale a tutta la stanza. A sinistra, dormiva sempre mio padre. Se mi sforzo ancora un po’ vedo sopra il suo comodino da notte la radiolina, il Vicks VapoRub e la sveglia. Appesa sul muro una poesia che gli avevo scritto per la Festa del Papà. Sul comodino a destra del letto, invece, lato in cui dormiva mia madre, vi si trovavano sempre la crema per le mani Nivea, gli occhiali da vista e l’ultimo libro letto. Per molti anni della mia infanzia, per una tanto grande quanto irrazionale paura del buio, ho dormito in mezzo a loro: ogni mattina alle sei la sveglia di mio padre suonava e la radio veniva accesa giusto in tempo per ascoltare l’inno di Mameli e le prime notizie dal mondo. Nel mio dormiveglia, sentivo le voci dei conduttori diffondersi nella stanza, come due presenze amiche. Il corpo di mia madre alla mia destra emanava calore e ancora un sentore di crema. Alle volte entravo in camera dei miei genitori anche di giorno per controllare che tutti gli oggetti fossero al loro posto come prova inconfutabile della loro presenza. Se mentre facevo i compiti mi finiva una penna, mi bastava aprire l’anta a destra del loro armadio, dove erano appesi tutti i completi di mio padre, e tastare con cura e delicatezza come un medico esperto le sue giacche, finché non scovavo una biro nel taschino di una. Quando ero fortunata, pescavo la penna gel che credevo speciale per il solo fatto che scivolasse veloce sulle pagine. Spesso mi dimenticavo di riporla dentro la giacca ma non me ne preoccupavo molto perché sapevo che il giorno dopo ne avrei trovata un’altra.
Il grande comò di fronte al letto era anch’esso popolato da una moltitudine di oggetti: la foto di matrimonio dei miei genitori, una spazzola in argento, svariati portagioie e un grande specchio ovale, frastagliato per tutta la sua lunghezza da sottili venature che mi divertivo a seguire con il dito. Com’era splendente mia madre in quella foto! Ricordo le perle fra i capelli e le maniche a sbuffo, e il suo profilo mentre guardava mio padre fuori dalla chiesa. Un giorno mi mostrò il suo vestito da sposa, lo estrasse con cura dalla carta in cui era avvolto: sento ancora la liquida sensazione della seta fra le dita mentre mi faceva vedere la stretta circonferenza della vita. Quando entro in salotto nella casa nuova e l’occhio mi cade sul lungo tavolo di mogano, mi torna in mente com’era sovraccaricato d’oggetti alla morte di mio zio: i miei genitori smistavano l’enorme quantità di cianfrusaglie che aveva collezionato durante tutta la sua vita a seconda che fossero da tenere o buttare. Mi chiesero di prendere qualcosa che mi ricordasse lo zio, un oggetto qualunque che avesse per me un valore sentimentale: scelsi un anello in argento, che catturò il mio sguardo più che altro per il suo luccichio. Spesso mi ritrovo a chiedermi se, quando i miei genitori moriranno, anche i loro oggetti verranno esposti in fila sopra lo stesso tavolo. Mi immagino allora la radiolina, la sveglia, la crema per le mani, la pomata per il raffreddore, la matita e una manciata di penne, guardarmi un po’ seccati e chiedermi: beh, che ti aspettavi? Siamo solo oggetti.