
Ero arrivato a casa dopo una giornata di lavoro, come tutte le sere. Incurvato sul sedile dell’auto, rivolgevo lo sguardo alla finestra del mio appartamento. Il vialetto in pietra che costeggiava le case era avvolto da una nebbia lattescente; solo la luce del lampione la tagliava lasciando intravedere un bagliore. Suonai il campanello, avevo dimenticato le chiavi e lei era sempre in casa. Non usciva più da quando era morta. Teneva il naso appiccicato alla finestra per vedermi arrivare poi, staccandosi l’impronta del suo fiato caldo sul vetro, si ritraeva come un sogno. Non faceva che aspettarmi così tutti i giorni; sentivo i suoi passi pesanti avvicinarsi alla porta: il cuore si seccava in petto, ma infine restavo. Quando mi aprì la porta fui travolto dall’odore del caramello bruciato, una colla dentro le narici, vischiosa come gli ultimi quarant’anni vissuti insieme nelle stesse stanze. Aveva cucinato una torta che si era raggrinzita nel forno con la glassa, come la pelle di un vecchio. Lo faceva sempre, quando voleva quella cosa in cambio. Mi trascinò per un braccio senza darmi tempo di togliere la giacca e sprofondammo insieme dentro il divano. Nei suoi occhi c’era la solita fame. Mi sbottonai il polsino della camicia, iniziai ad arrotolarmi la manica fino a dove si riusciva e, ad ogni mio gesto, le usciva un odore di ruggine e frutta matura da dentro la bocca. Si chinò sopra il mio braccio, le sue scapole si chiusero come uno schiaccianoci; era pronta. Mi affondò i denti nella carne, trattenni un gemito, poi annusò altra pelle da divorare, altri lembi da cannibalizzare. Le assi del pavimento tremavano sotto di noi, non le bastava ancora tutto quello che le avevo dato, tutta la mia vita tumulata lì dentro e sacrificata sull’altare del nostro amore. A un certo punto si staccò, vide una piccola porzione di carne intatta sopra l’ombelico e piantò i suoi occhi nei miei; per la seconda volta nella vita mi sembrò di scorgervi della pietà.
La prima era stata quel giorno sulla soglia dei miei trentacinque anni, quando mi accarezzò la testa come a un cane fedele mentre io disfacevo la valigia che mi avrebbe portato lontano da casa. Avevo conosciuto una donna e avremmo dovuto partire per la nostra prima vacanza insieme. Ai piedi del letto toglievo una alla volta le cose che avevo scelto di portare, la sua depressione l’aveva gettata di nuovo in un buco e non potevo lasciarla. Quando fui quasi alla fine, il mio volto si sciolse dentro quel guscio vuoto, mentre lei riponeva con zelo le mie mutande nel cassetto illustrandomi cosa avremmo potuto mangiare per cena. Mentre il telefono si illuminava col nome di chi mi stava aspettando e che non avrei mai più rivisto, davanti allo specchio lei armeggiava col rossetto indurito dagli anni, se lo spalmava su tutta la faccia con foga bambina mostrando i suoi denti ormai difettosi. «Mamma cosa fai?», le avevo urlato con rabbia come se stesse brandendo un coltello contro se stessa: si era infilata il resto del rossetto in bocca e ne aveva mangiato metà mentre l’altra era caduta a terra e lei la pestava e mi urlava addosso: “che cosa mangiamo per cena, che cosa mangiamo stasera, dammi quel cazzo di vino quel cazzo di pane, ma dove credevi di andare?”
L’avevo tenuta stretta, più stretta che potevo. Una donna imponente e che adesso mordendomi il collo sanciva per sempre il ritorno del figlio nella sua pancia mentre io, nello specchio, vedevo due amanti sfiniti e di me stesso soltanto l’ombra attraverso i suoi occhi dolenti e crudeli.
Mi girai verso la foto che ci ritraeva davanti alla ruota panoramica due anni prima. Io ero già un uomo, lei era già in bilico. Dopo lo scatto, avevo sfilato la mano dalla sua con uno strattone per andare a prendere lo zucchero filato. «Andiamo a casa che ti faccio la torta, al diavolo queste giostre schifose», mi aveva detto riacciuffandola e dandole un morso come quand’ero bambino. Forse il mio ricordo era guasto; «c’era il sole quel giorno, mamma?» le chiesi voltandomi verso di lei. Un ronzio entrò dalla finestra, la nebbia era ancora fitta, io toccai le cicatrici che la nostra vita insieme mi aveva lasciato addosso, scintillanti nel buio. Feci scivolare la mano per intrecciare le mie dita alle sue, non potevo andarmene adesso, non potevo lasciarla. La luce del lampione di sotto si era bruciata, sul divano al mio fianco non c’era nessuno. Che cosa mangiamo per cena?