
Lo schiocco ruppe il silenzio e gli fece voltare la testa di scatto. Lo stanzone era illuminato solo dalla luce della luna, ma era talmente abituato alla scarsa visibilità che gli bastava sforzarsi un po’ per affilare lo sguardo. Lei sollevò entrambe le mani per chiedergli scusa. Notò il rametto spezzato vicino al suo piede sinistro. Lo aveva schiacciato provandosi gli stivaletti. Ancora non riusciva a credere alla fortuna che aveva avuto quel pomeriggio, quando li aveva trovati in quel magazzino abbandonato.
Appena si era accorto di quel paio di stivaletti di cuoio marroni in buono stato, li aveva afferrati ed era scappato via. Una volta tornato al rifugio, lei li aveva accettati con una riconoscenza che lo aveva quasi commosso. Non erano della sua misura, certo, ma le servivano delle scarpe nuove per camminare, quindi le avrebbe portate senza farsi troppi problemi. Quelle vecchie ormai erano troppo malridotte e piene di sangue secco. Le aveva usate per anni, anche se le avevano riempito i piedi di piaghe che faticavano a cicatrizzarsi. Forse con gli stivaletti nuovi, visto che erano un po’ più grandi, le cose sarebbero andate meglio. Sollevò una mano per dirle che era tutto a posto e tornò a rilassarsi con la schiena contro il muro dello stanzone. Aveva ancora un leggero batticuore, il rumore del rametto lo aveva spaventato parecchio. Non avrebbero potuto correre via, se fossero stati in pericolo. C’era la luna piena, e in casi come quello, uscire dal rifugio equivaleva a esporsi. Qualche volta, in passato, gli era capitato di muoversi anche in notti così. Se sentiva voci in lontananza, passi che avanzavano, prima che potessero avvicinarsi troppo, lasciava in fretta il posto in cui si trovava e strisciava nel buio, come un ratto. Cercava il favore delle ombre dei palazzi, con occhi e orecchie tesi a ogni minimo movimento e si fermava solo quando era sicuro di poterlo fare. Ma da quando viaggiava con lei era diventato ancora più cauto e le scorribande notturne erano escluse, a meno che non ci fossero notti di buio perfetto. Ma ora la pancia era diventata più grossa, e lei aveva molta difficoltà a stare in piedi per troppo tempo. Era lenta. Il rifugio era il posto migliore in cui restare, al momento.
«Possiamo mangiare i fagioli bianchi?» domandò lei, in un sussurro.
Lui lanciò un’occhiata alle scatolette che aveva portato via dal magazzino. Le aveva ficcate nella borsa fino a riempirla, non le aveva contate, né aveva visto cosa contenevano. Lei doveva averle già controllate.
«Sì.»
La vide avvicinarsi alle scatolette, ammassate sul pavimento. Si piegò con un movimento goffo e prese quella che voleva, senza indugio. Trafficò con la linguetta di metallo con aria concentrata, e mentre la osservava si ricordò di com’era, tanti anni prima. Aveva la stessa espressione di quando era una quattordicenne alle prese coi compiti. Era una ragazzina in gamba, non la migliore della sua classe, ma se la cavava. Forse per questo era sopravvissuta. Quando si erano incontrati nella chiesa di Sant’Angelo, l’aveva riconosciuta subito. L’aveva lasciata quattordicenne e la ritrovava sei anni dopo in quell’inferno. Lei l’aveva chiamato “professore”. Che cosa ridicola, i titoli del mondo di prima, si era detto. Gli aveva detto che era scappata da un gruppo. L’avevano stuprata tutti, progettavano di metterla incinta per mangiarsi il bambino. Era sola da due settimane e non le veniva il ciclo.
Da allora, non erano riusciti a separarsi perché, dopo tutto quello che era capitato, incontrare per caso una faccia amica e poi lasciarsela alle spalle faceva troppa paura. Un tempo le assegnava pagine di letteratura da studiare e oggi le aveva procurato stivaletti nuovi per camminare e quella scatoletta di fagioli bianchi. Le cose erano andate così. Occuparsi della sua ex studentessa incinta, in un momento come quello, non sembrava la cosa più intelligente da fare, ma appena lei aveva detto «Non mi è venuto il ciclo neanche questo mese», lui non aveva pensato di poter fare diversamente. E si era detto, con una punta di orgoglio, che neanche la fine del mondo l’aveva trasformato in uno stronzo. Lei mangiava la sua metà di fagioli bianchi. Lui, invece, a passi felpati raggiunse la finestra. Fuori, la terra brulla e nient’altro, per chilometri.