
Ancora qualche anno -forse meno – e si sarebbe arreso; se ne sarebbe andato per sempre. Potenza della farmacologia. Avrebbero litigato per chi doveva tenersi il barattolo dello zucchero, la nave in bottiglia, i divani di velluto a coste, la voliera appesa al soffione della doccia, con il merlo indiano senza coda che era rimasto intrappolato nella rete antigrandine e che si era dovuto salvare a tutti i costi. «Una vita in gabbia» sibilava Adriano rivolto alle sbarre, e il pennuto «Che cazzo di fortuna. Che cazzo di fortuna», rispondeva.
Ma fino ad allora…
Sentì lo scatto della serratura che si chiudeva alle sue spalle e sollevò gli occhi: guardò il proprio riflesso appassito nello specchio sopra al lavandino, poi alzò il braccio destro e si annusò l’ascella.
«Cristo. Sai di palude. Dovresti lavarti ogni tanto» gli disse.
«Che ti credi. Sto in bagno apposta» e sollevò il tappo per far scolare via la schiuma più velocemente. Sciacquò il pennello sotto il getto d’acqua; si era fatto poco meno di mezza barba. Di fianco a lui pure Adriano aveva il lato destro ancora insaponato. Gli sorrise. Si assomigliavano: uno stampo, avrebbero detto tutti. Ma era parecchio che preferivano non farsi vedere insieme.
«Adriano»
«Dimmi»
«Non stiamo a guardare l’orologio ma ammettiamolo. Io sono in ritardo praticamente su tutto e pure tu non si può dire che vai tanto veloce»
«È che abbiamo sempre avuto aspettative troppo alte. Mica è detto che uno deve arrivare sempre»
«Sempre no. Ma almeno vederlo, il traguardo» e grattò via la crosta giallastra che aveva in mezzo alla fronte. Appoggiò le mani sul bordo di ceramica e si guardò le dita dei piedi spuntare come colline dalle ciabatte di plastica.
«Non devi credere alle stronzate che ti diceva nostra madre. Arrivare non è importante. Possiamo avere tutto e lo stesso non lasciare un segno» disse mordendosi l’interno della guancia. Non sembrava convinto.
«È quello che vuoi? Veramente? Non ti facevo così ingenuo».
Adriano si strofinò sotto il naso con il dorso della mano. Con il sapone che ancora gli scendeva dalla tempia alla guancia sembrava che gli stesse crollando la faccia.
«Ce l’hai un segreto? Per avere un segreto non lo devi dire a nessuno. A nessuno. Mai»
«Non lo so più. Ho raccontato così tante volte un’altra versione che non sono sicuro di ricordare com’è andata veramente»
La lampadina nella plafoniera vibrò in un sibilo, poi si spense. Da dietro le tendine filtrava la notte elettrica dei lampioni e l’odore di fritto che saliva dal take-away cinese.
«Dobbiamo procurarcene un’altra»
«Un’altra cosa»
«Un’altra vita. Uno spazio minimo dove restare invisibili, dove sentire, nella solitudine più totale, di non poter essere trovati»
«Per questo ci siamo chiusi in bagno?»
Adriano gli premette l’indice sulle labbra. «Vuoi che ci sentano? Se non fai manutenzione di te stesso, come pensi di ricompattare lo sgretolarsi dell’esistenza? La fine arriva, prima o poi. Metti caso che qualcuno, dopo la fine, volesse cercarti. Cercare una traccia di te»
«Di noi»
«Come preferisci. Di noi. La troverebbe?»
La sirena di un’ambulanza sparò il suo grido bluastro contro le piastrelle lucide. Le ali del merlo frullarono e la voliera oscillò pericolosamente. «Che cazzo di fortuna, Adriano, che cazzo di fortuna».