
Ero di nuovo a casa di mamma, a Jhansi. Il salotto profumava di curcuma e sotto la statua di Ganesh non c’era più il divano ma una cassa funebre. Mi affacciai all’interno e incrociai lo sguardo limpido di Elisabetta II. Alzò le mani guantate per aggiustarsi la corona sopra i riccioli brizzolati, le rughe tra le sopracciglia piegate presagio di brutte notizie. Socchiuse le labbra, ma fu una voce frammentata dalla linea telefonica a percuotermi le orecchie: London Bridge is down. London Bridge is down.
Mi svegliai con le guance che pizzicavano per le lacrime. Anzi, fu il piede di mio fratello Rajesh a destarmi. La carezza del suo alluce l’avrei riconosciuta ovunque, soprattutto da quando eravamo in tre famiglie a dividerci un monolocale.
«Di nuovo la regina?» domandò in un sussurro. «Dovevi nascere nel British Raj» aggiunse con un sorriso sghembo.
Lo ignorai e mi chinai per dare un bacio a Bimala sulla fronte e uno più piccolo ad Alisha, addormentatasi con la boccuccia al seno della mamma. Mi lavai e indossai pantaloni e giubbotto nella semioscurità della persiana. Rajesh era già sulla soglia, in mano la nostra colazione: un sacchetto di biscotti e un brick di succo alla pesca.
«Un Coldstream Guards perfetto» disse imitando l’accento inglese.
«Ma smettila».
C’era nebbia quel mattino o, come direbbero qui, il caigo. Ma almeno non faceva freddo. Attraversammo le spire seguendo il motore bofonchiante. Le porte sul retro del furgone erano già aperte; c’erano altre cinque persone. Appena ci richiudemmo dentro, il veicolo si mise in movimento.
«Ancora qualche mese» mormorò Rajesh sputacchiando pezzi di biscotto. «E potremo aprire l’autolavaggio».
Abbozzai un sorriso e scossi la testa.
«Tu sogni troppo, fratello»
«E tu niente affatto. Non sei stanco di turni massacranti e paghe misere? Vuoi ancora essere uno schiavo?»
Attorno a noi gli africani annuivano. Rajesh avrebbe potuto fare il politico.
«Ho una famiglia»
«Questo non giustifica rimanere sotto questi sfruttatori» ringhiò di rimando. «Ecco perché gli inglesi comandavano a casa nostra, per gente come te» aggiunse e si volse dall’altra parte, chiudendo il discorso.
Arrivammo al cantiere che il sole sbirciava tra i pilastri di cemento. Nel riquadro del finestrino l’insegna del Lidl giganteggiava vicino le reti elettrosaldate. Le funi legate ai capi ricordavano le dodici braccia di Durga. Un tizio grasso e pelato ci aprì le porte. Teneva la sigaretta tra le labbra e il secchio con gli attrezzi in mano.
«Hanno bisogno per la scritta sul tetto» ci salutò in un’alitata di clinto.
Gli africani finsero di non capire, Rajesh lo fissò con una smorfia prima di andarsene. Quando fu il mio turno a pescare cazzuola e martello mi afferrò per il braccio.
«Tu vai su»
«Soffro di vertigini»
«Non erano indiani quelli che pranzavano sui grattacieli?» Quelli erano indiani d’America semmai, ma non dissi nulla. «Vai su se vuoi la paga».
Mi guardai intorno senza trovare caschetto, guanti o imbracatura. L’occhiata del grassone fu eloquente e seguii la direzione della scala. Mio fratello si avvicinò scuotendo la testa.
«Dovevi rifiutarti!»
Lo ignorai e presi ad arrampicarmi sulle impalcature. Era lavoro, avevo una famiglia, non potevo dirgli di no. Arrivai sulla cima e ammirai il paesaggio spezzato dai brandelli di nebbia. Altri uomini erano in attesa con me, ma nessuno parlava. Il silenzio fu rotto da un cigolio e la scritta Lidl sorse come un sole settembrino. Ondeggiò sulle corde appese alla gru e la trascinammo a noi, ancora più vicina, troppo vicina. Mi resi conto tardi dell’errore.
La “dl” colpì la facciata del capannone, frantumandone l’angolo dove poggiavo i piedi. Barcollai nell’aria in cerca di un appiglio, ma fu solo una macabra danza per le facce incredule dei colleghi.
Caddi nel vuoto e urlai.
Lidl is down. Lidl is down.
Atterrai a casa di mamma, a Jhansi. Nella mia vecchia camera Bimala e Alisha dormivano ancora abbracciate, sul comodino c’era il santino con la mia foto con le date di nascita e morte. Elisabetta II comparve al mio fianco e mi rivolse un sorriso: «Sei stato un bravo suddito». Ma non potrò essere un bravo marito, un padre, un fratello, un figlio pensai fissando quegli occhi turchesi. «Grazie maestà» dissi, ed entrambi ci volgemmo nell’attesa che Bimala e Alisha si svegliassero.