
Lo avevo capito solo quel pomeriggio. Era domenica, faceva caldo, la finestra era aperta su un pomeriggio d’estate. Ogni tanto un alito di vento smuoveva le tende verde acqua su un mare inesistente. Scenario senza suono, il mondo fuori inghiottito dalla canicola. Si sentiva solo il frinire delle cicale e il rumore ovattato di noi tra le lenzuola.
C’erano state delle volte in cui avevamo sognato le stesse cose. Cose da fare, cose da comprare, cose da vedere. Facevamo progetti, guardando avanti. Insieme. C’erano stati discorsi così: «Potremmo sistemare la mansarda, renderla abitabile, farne uno studiolo. Potremmo andare un fine settimana a Venezia e fare il tour dei bacari, senza ritegno. Potremmo prendere un cucciolo di maltese e chiamarlo Adone. Potremmo essere per sempre felici e capirlo solo quando saremo vecchi.»
La vita tentenna sempre sulle cose che ancora non si sono vissute.
Sembra tutto possibile.
Potremmo.
Mi era sembrato un pomeriggio come tanti, le nostre solite domeniche in casa, a non fare nulla. E a goderne, dopo le nostre settimane convulse, con i problemi al lavoro, i conti da far quadrare, le cene arrangiate col frigo vuoto, le corse per non arrivare troppo tardi agli appuntamenti, la stanchezza serale. Ce ne stavamo a letto, ingannando quelle ore oziose. A volte a leggere qualcosa, a volte a fare l’amore. O a fissare la tv, che sceglieva lei cosa guardare, magari un vecchio film in bianco e nero. Neanche parlavamo, perché stavamo bene nei nostri silenzi complici, nella nostra “casa sul mare senza il mare”, come diceva sempre lei o forse lo dicevo io. Si finisce sempre per confondere le parole, amandosi, e i pensieri. E persino i sogni: insieme si fantasticava di una casa impossibile sulla spiaggia, per vivere sempre in vacanza.
Era successo guardandolo negli occhi, come in una rivelazione rimasta in attesa chissà da quanto tempo: lui sopra di me, la fronte lucida, il corpo caldissimo, i muscoli tesi cercando il piacere. Guardandolo negli occhi, ma oltre. Avevo sentito d’improvviso il vuoto, una vertigine sul nulla. Era stato come inciampare su di lui, attraversarlo e, scavalcandolo, vedere quello che sarebbe venuto dopo. Quello che c’era stato prima. Quello che mancava.
Amavo i suoi occhi nei miei mentre veniva. Lei aveva questo modo di fare l’amore: restava tutto il tempo con gli occhi chiusi e poi li apriva solo sul più bello. Esplodeva. E io lo sapevo, la conoscevo bene e aspettavo quell’attimo di estasi che lei sottolineava con quello sguardo liquido che adoravo. Lei era così, sembrava sempre lontana e poi tornava da me a dirmi che mi amava. E lo aveva fatto anche quel pomeriggio, ne sono sicuro, di dirmi che mi amava.
Dopo esserci frugati dentro senza risparmiarci, era caduto di fianco a me addormentandosi come faceva sempre nei lunghi pomeriggi vissuti aggrovigliati. Era la nostra tenera routine di amanti. A volte mi addormentavo anche io, ma quel pomeriggio era stato diverso. Ero rimasta immobile, le mani sul petto ad ascoltarmi il cuore. Lo sentivo battere ancora forte, il corpo ci mette sempre un po’ a dimenticare quanto ha amato.
E in quel battito profondo lo avevo capito, definitivamente.
Diceva sempre che le piaceva guardarmi dormire. Diceva che era bello che restassimo vicini, come a smaltire una sbornia, e che io chiudessi gli occhi vicino a lei. Sicuro vicino a lei. Invece lei costruiva ricordi di noi guardando il soffitto, ricuciva gli attimi. Metteva insieme i nostri sguardi, le mani, la pelle per prolungare il piacere.
L’ho ascoltato a lungo il mio cuore. E ho realizzato che tutto finiva lì. Lui era solo il silenzio tra un battito e l’altro e nulla più.
Un interludio.
Un tempo c’era stata la mia vita altrove e adesso, ne ero certa, ci sarebbe stata una vita che ancora non conoscevo, lontano da lui.
Potrei.
E se n’è andata, quel pomeriggio. Mentre sognavo di noi.
Dopo aver perso qualcosa che non capirò mai.
Avrei potuto.