
È un cliché, lo so.
Ma è l’unico luogo in cui avrei potuto farlo, dato che a casa non tengo manco la scacciacani e che mamma sta in fabbrica per il turno di notte.
Mamma mi ha detto aspetta, vedrai che con il tempo manco ci pensi più a quel video. La gente dimentica, ci sta uno scandalo al giorno. Ma io non potevo reggere ancora. Il paese è vero che parla – quando succedono ‘ste cose tiene una voce unica – ma a me le parole mica pesano, macché, quelle sono palloncini, basta che le buchi e si sgonfiano. Sono gli sguardi. Sguardi che sono spine di piombo e tetano, che sono parole che non si possono bucare. Pure Raffaele li soffre un poco, ma quello si ritira in casa e così li evita. Uscire di casa per me è santo come la pizza a portafoglio o come la passeggiata sul lungomare, quelle poche volte che riesco a fottere gli spicci a mia madre per pigliare ‘o pullman. Solo che ora mi hanno guastato pure una cosa semplice come fare due passi.
Tu mo’ dici ma per queste cose ci sta la postale. Sì, la postale che rimuove ogni giorno copie di copie di copie di copie di copie di copie di copie di copie di copie del video di me e Raffaele, ma appena ne cancellano uno ne spuntano altri tre. Sono come le teste dell’idra, lo tieni presente il mostro mitologico? E più il video si sparge a macchia d’olio, più il paese mi pensa a cuccia, con la testa schiacciata contro il cuscino, che urlo forte contro il cotone bianco del guanciale, mentre Raffaele me lo spinge nel culo e mi schiaffeggia e mi dice che zoccola sei, Miche’, mo’ te jett’ ‘a sfaccimm’ ‘n copp’ ‘a schiena!
Finché fumo questo poco di erba che mi è rimasta, il ricordo del video svanisce nella nuvola. Ma il mattino dopo, ormai da tre mesi, torna come una nausea. Il genio di scetarmi al mattino mi scivola. Me ne sto chiuso in camera finché il paese non perde la memoria e si scordano la mia faccia, la mia schiena. Come ci riesce, Raffaele mio, a pubblicare pure le storie su Instagram. Ho dovuto cambiare pure il profilo per tutti i cazzi in chat che ricevevo. E per gli insulti. Chiavat’ a mammt’, ca’ fa chiù bella figura; ti piace ‘o pesc’? Tengo una pescheria!; ma anche le avance indesiderate di uomini che potevano avere l’età di mio padre. Ieri poi me n’è arrivato uno da un tale che forse, a ripensarci mo’ che da qua me ne sto fuienn’, l’ho riconosciuto. Era un cliente di papà, alla panetteria. Mi ha scritto alle undici di sera sul mio numero, come ha fatto a recuperarlo, lo ignoro: si lo scuorno ‘e patet’!
Un freddo mi è venuto, non si può capire! Ho sentito le cosce e le braccia, la testa e le costole stringersi come una canotta bagnata. Ho pensato mo’ mi faccio un bagno caldo, così mi riprendo. Ho aperto il rubinetto e ho aspettato che iniziasse a fumare, che si riempisse fino a tre quarti. Nel frattempo, me ne stavo seduto sul bordo della vasca. Accarezzavo l’acqua e tremavo. Le parole di quell’uomo, che alla fine poteva essere pure uno qualunque, mi pareva uno stillicidio, come quando Drogo sentiva le gocce cadere dalle tubature, o che diavolo era, nella Fortezza Bastiani.
Non ci pensi a mammà, dici tu. E come, non ci ho pensato? Ci ho pensato solamente a giochi fatti, quando ho aperto in pezzi il rasoio e ho passato le lamette sulle braccia, in verticale, così ho sentito dire che si fa, per dissanguarsi più in fretta. La lametta pungeva come una spina di metallo, ed era un cubetto di ghiaccio appuntito, sai, malgrado l’acqua bollente. Ho pensato povera mamma, che poi deve pulire tutta la vasca, e lei odia lavare la vasca, perché da quando lavora alla fabbrica tiene male alla schiena e alle ginocchia. Per una volta poteva farlo, però, pure con olio di gomito e aceto, con candeggina al limone e lavanda. Si può fare per combattere ‘sta angoscia dell’attesa, ‘sto scuorno tremendo, no? Pure se è un cliché, pure se ne parlerà ancora tutto il paese.
Che sarà mai, pur di tagliare l’ultima testa dell’idra.