
Ho un’ottima memoria per dimenticare.
Robert Louis Stevenson
Mi chiamo Fiorangela Guerra. Per gli amici, Voiello. Secondo loro, ho due cosce molli come pasta fresca. Probabilmente, se lo dicono è vero. Il 5 luglio del 1996 clonano la pecora Dolly. Ne parlano tutti i giornali. Due giorni dopo, compio quattordici anni. Monto sull’espresso Milano-Reggio Calabria. Senza genitori, con la medaglietta di Santa Rita nel borsellino e un cane husky di peluche nel Jolly Invicta. Mi mandano dai nonni dopo che ho incendiato la porta della cameretta.
«Dovevo purificarla.» ho detto io. «Deve fare esperienze» ha detto la dottoressa.
A Melicuccà mancano marciapiedi, semafori e cartelli. Terra dorata di nessuno e di tutti, la governano leggi mute e immutabili. Agli angoli delle vie arroventate, sempre in salita o in discesa, donne sbracciate e coperte di scialli mi guardano tra i fichi d’india. Sono rari esemplari di sfingi calabre. Alcune portano occhiali scuri.
«Oggi spada» dice la nonna mentre guarda negli occhi i pesci morti. Sguscio tra gli scaffali del supermercato di Gioia Tauro. Leggo i nomi dei deodoranti. Infilo la bomboletta del Malizia sensual nel carrello tra melanzane, pomodori, fave e pinoli. Mi scoppia un fulmine in pancia. Forse, succede a tutte prima o poi e i testimoni sono quelli che capitano. Diventare donne, intendo. La mia protettrice è la Santa Cassiera. Sorride benevola, il rossetto fucsia e il chewing-gum alla menta, tra i beep beep del lettore e il ronzio di un ventilatore.
Tra le pietre e le spiagge aspre e montuose, realizzo che ho scordato la clinica. Mi ci hanno spedita l’inverno scorso, dopo l’episodio. Com’è possibile? È bastato allontanarsi da camici, giochi da tavolo e cloroformio perché smettessi di esistere e le fiamme si placassero? La risposta è Sì. Raffiche di Libeccio mi hanno mescolato le sinapsi.
L’estate si srotola, è un nastro di raso al vento. Sono notti lunghe, albe rosso sangue su mare nero e sabbia grigia. Cornetti appena nati che si sfogliano, gonfi di chantilly. Creme solari alla placenta animale. Rossetti indelebili. Rasoi su tibie scottate. Torture sopraccigliari con pinzette di ogni calibro. Esegesi di canzoni rock. Un pomeriggio, mi annoio e chiamo il 112. Ci lavora Carmine, detto Caracas. Mi diverto a ridere e riattaccare. Lui sa che sono io. Respira senza parlare. La stessa sera, mentre faccio le vasche avanti e indietro dalla piazza, lo trovo seduto sul cofano di una Spider che non è sua. Mi prende la mano.
«Vuoi venire alla Tonnara?» Ignoro dove e cosa sia «Sì, voglio.»
Mia cugina, truccata così bene che sembra uscita da Cats, alza il pollice unghiato. Mi fa l’occhiolino. Quando Caracas mi bacia contro un muro, Sweet Dreams dei Labouche pompa dagli altoparlanti della discoteca. Luci psichedeliche mi bagnano le spalle, il ventre, i piedi. Mi ricordo che porto l’assorbente. È grande quanto un aeroplano. Pizzica. Ma è un bene. Mi sono venute le mie cose. Il Libeccio di Melicuccà ha fatto la magia. Saranno fieri gli educatori. Sollevati i miei genitori. Come mi sento, in tutto ciò? Indifferente. A baciare non si rimane incinte, penso. Mia cugina conferma. Mi domanda se lui ha messo la lingua, le dico di Sì. «E tu?» mi chiede «un po’» rispondo io. «Vedi che allora sei puttana, Fiorangela?»
Passano trent’anni. Caracas e lei sono sposati da ventinove. A Melicuccà non ho mai più fatto ritorno.