Micronarrazioni: un ritorno.

La cultura del taoismo e dello zen offre a un individuo la possibilità di diventare l’origine inconsapevole di meravigliosi accidenti. Così scriveva Alan Watts nel suo libro La via dello Zen, e non posso non pensare a questa frase del filosofo inglese quando rifletto sulle micronarrazioni, su cosa mi piacerebbe leggere sulle pagine di Grande Kalma e cosa mi piacerebbe scrivere. C’è nella forma brevissima, secondo me, una riuscita che ha a che fare con il caso e l’improvvisazione. Va da sé, questi concetti non vanno confusi con l’impreparazione e il dilettantismo. Oltre a tutte le doti che si richiedono quando ci si misura con l’esercizio della scrittura, per scrivere un testo brevissimo è necessaria una buona dose di preparazione che potremmo definire spirituale in senso laico. Una sorta di predisposizione che ha più a che fare con la necessità di rispondere a una chiamata che alla legittima ambizione di fare qualcosa di bello e che faccia parlare di noi. Ovviamente sono tanti gli autori che hanno già provato a parlare con la tradizione orientale allo scopo di creare opere più genuine. Mi viene da pensare a Kerouac de I vagabondi del Dharma: Un giorno troverò le parole giuste, e saranno semplici. D’altronde la sua poetica nasceva dentro quell’onda Jazz che faceva dell’improvvisazione una colonna portante, una sfida che poi, a livello letterario, si estenderà al mondo intellettuale e libresco con la nascita e lo sviluppo della Beat generation. Nello scegliere le parole da non scrivere e le cose da omettere c’è, dopotutto, la necessità di andare a liberare qualcosa che c’è già, un racconto così urgente che è sempre stato lì e aspetta di essere trovato senza fretta. Chiaramente non esiste un algoritmo, la scrittura è un campo di possibilità che restano aperte fino a che non arriva qualcuno che mette un punto e, magari, crea un canone. Certo, per scrivere ci vorranno sempre doti intellettuali, fantasia, consapevolezza delle tecniche. Mi rendo conto che scrivere una storia senza la mente è come mangiare una zuppa con la forchetta. Però prima di metterci a lavorare a un testo possiamo fare un esercizio. Di solito la domanda che ci poniamo è: che cosa devo scrivere? Come posso arrivare al successo? E allora perché non domandarsi: che cosa è già scritto? Dov’è che ho fallito? Cosa merita di vedere veramente la luce? Scrivere come sinonimo di ritornare su cose già scritte, da noi o da altri. Forse la migliore micronarrazione si nasconde proprio lì, dentro qualcosa a cui dobbiamo ritornare. Un testo di cui non riconosciamo temperatura e voce, il ricordo di lambiccamenti e tormenti. Qualcosa dentro cui si può accidentalmente trovare l’essenza, il centro della ricchezza creativa.

A.P

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