Micronarrazioni: dal frammento all’unità

Il limite delle settecentocinquanta parole che ho imposto nella prima call di Grande Kalma, mi spinge a fare un’ulteriore riflessione per tutte le persone che stanno pensando di partecipare inviando un loro elaborato.

Credo che muoversi in un perimetro così ristretto possa significare avere più libertà. Provo a spiegarmi meglio. È vero che in una paginetta non riuscirete mai a scrivere un racconto alla Roberto Bolaño, giusto per citare uno che faceva mille cerchi intorno al centro, però, quando una narrazione diventa così breve, credo si apra tutto un ventaglio di possibilità che bisogna saper cogliere. Una micronarrazione, o racconto piccolo mi verrebbe da dire, è una forma rara ma che può attraversare generi e autori, fino a trovare ospitalità nelle più svariate opere di creazione letteraria. Passiamo a degli esempi concreti e restiamo nella letteratura italiana. Libri come Biglietti agli amici di Pier Vittorio Tondelli oppure Piccolo Karma di Carlo Coccioli, sono esempi di costellazioni di micronarrazioni, frammenti che, supportati da un espediente letterario, rivelano l’uno e il tutto. È ovvio, ogni frammento di queste opere va collocato nel disegno più grande dell’autore, ma quando sfogliamo le pagine e ne scegliamo una a caso, leggendo abbiamo la sensazione che tutto quello che cercavamo si trovi lì, nello spazio emozionale che si genera fra poche righe.

Provando ad adottare una concezione ancora più estensiva, le micronarrazioni popolano spesso i memoir, i libri di cronache giornalistiche o di viaggio, gli zibaldoni, tanti romanzi scritti da autrici e autori che vengono dai più diversi linguaggi. Con ciò non voglio dire che questo genere di libri siano una mera somma algebrica di piccoli racconti, ma dare solo una traccia alle autrici e agli autori perché spesso, per scrivere un racconto molto breve, ci vuole un pizzico di coraggio e poi l’astuzia che è diversa dalla furbata (Racconto lungo – sette righe + sorpresa finale= short story). Insomma, quello del poco spazio è un ostacolo solo apparente. Tra le duecentocinquanta e le settecentocinquanta parole può accadere di tutto: si può scrivere un buon racconto seguendo il canone e si può fare la stessa cosa stravolgendolo. Ci vuole creatività, intelligenza e, soprattutto, Grande Kalma.

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